Dopo l’emancipazione: integrazione, acculturazione, assimilazioneMario Toscano
In breve. Gli ebrei del Regno di Sardegna ottennero l’emancipazione nel 1848 poco dopo i valdesi; gli ebrei degli altri Stati preunitari guadagnarono la libertà e i diritti civili in momenti diversi, di volta in volta in occasione dell’annessione al giovane Regno d’Italia. Gli ultimi ebrei ad essere emancipati furono, naturalmente, i romani nel 1870, all’indomani della corsa dei bersaglieri attraverso Porta Pia. Da allora per gli ebrei italiani - finalmente cittadini uguali agli altri, liberi di esercitare qualunque mestiere e professione, di studiare, di abitare in ogni quartiere e di spostarsi senza impedimenti di città in città - si aprì una stagione nuova, ricca di opportunità ma, anche, di insidie e pericoli. Negli ambienti più tradizionalisti, infatti, l’estensione agli ebrei dei diritti civili e politici venne combattuta, osteggiata e derisa in ogni modo e, presto, ai vecchi temi tipici della politica dei ghetti e alla propaganda antiebraica e antimoderna, si iniziarono ad affiancare le nuove concezioni razziali e biologiche che, elaborate allora e rese celebri dal processo Dreyfuss, sarebbero state al centro delle persecuzioni novecentesche.
Perché. L’età dell’emancipazione - dalla metà dell’Ottocento al 1938 - rappresentò un’opportunità straordinaria e, al contempo, un periodo ricco di contraddizioni che gli ebrei italiani, usciti liberi dai ghetti dopo secoli di clausura, vissero e sfruttarono pienamente. Primo Levi, nel racconto iniziale de Il sistema periodico, ripercorre attraverso le memorie della sua famiglia e i racconti epici e tradizionali delle gesta di nonni e zii, l’atmosfera di quegli anni e il clima di benevola diffidenza reciproca che, quasi per abitudine, continuava ad animare i rapporti tra ebrei e cristiani prendendo vita in scherzi e sfottò di cui, all’epoca, si erano dimenticati origini e significati. Negli ambienti più legati alla tradizione, però, i postulati della irrimediabile inferiorità biologica degli ebrei facevano la prima comparsa vicino ai temi cari alla polemica contro le idee e i principi della Rivoluzione francese, del liberalismo e del socialismo di cui gli ebrei erano considerati i primi responsabili.
“Ci sono nell’aria che respiriamo i cosiddetti gas inerti. Il poco che so dei miei antenati li avvicina a questi gas. Non tutti erano materialmente inerti, perché ciò non era loro concesso: erano anzi, o dovevano essere, abbastanza attivi, per guadagnarsi da vivere e per una certa moralità dominante per cui «chi non lavora non mangia»; ma inerti erano senza dubbio nel loro intimo, portati alla speculazione disinteressata, al discorso arguto, alla discussione elegante, sofistica e gratuita. Non deve essere un caso se le vicende che loro vengono attribuite, per quanto assai varie, hanno in comune un qualcosa di statico, un atteggiamento di dignitosa astensione, di volontaria (o accettata) relegazione al margine del gran fiume della vita. Nobili, inerti e rari: la loro storia è assai povera rispetto a quella di altre illustri comunità ebraiche dell’Italia e dell’Europa. Pare siano giunti in Piemonte verso il 1500, dalla Spagna attraverso la Provenza.
Respinti o male accetti a Torino, si erano stanziati in varie località agricole del Piemonte meridionale, introducendovi la tecnologia della seta, e senza mai superare, anche nei periodi più floridi, la condizione di una minoranza assai esigua. Non furono mai né molto amati né molto odiati; non sono state tramandate notizie di loro notevoli persecuzioni; tuttavia, una parete di sospetto, di indefinita ostilità, di irrisione deve averli tenuti sostanzialmente separati dal resto della popolazione fino a parecchi decenni dopo l’emancipazione del 1848 ed il conseguente inurbamento, se è vero quanto mio padre mi raccontava della sua infanzia a Bene Vaggiena: e cioè che i suoi coetanei, all’uscita dalla scuola, usavano schernirlo (benevolmente) salutandolo col lembo della giacchetta stretto nel pugno a mo’ di orecchio d’asino e cantando «orecchie di porco, orecchie d’asino, piacciono agli ebrei». L’allusione alle orecchie è arbitraria, ed il gesto era in origine la parodia sacrilega del saluto che gli ebrei pii si scambiano in sinagoga, quando sono chiamati alla lettura della Bibbia, mostrandosi a vicenda il lembo del manto di preghiera, i cui fiocchi, minuziosamente prescritti dal rituale come numero, lunghezza e forma, sono carichi di significato mistico e religioso: ma del loro gesto quei ragazzini ignoravano ormai la radice. Ricordo qui, per inciso che il vilipendio del manto di preghiera è antico come l’antisemitismo: con questi manti, sequestrati ai deportati, le SS facevano confezionare mutande, che venivano poi distribuite agli ebrei prigionieri nei Lager.
Come sempre avviene, il rifiuto era reciproco: da parte della minoranza, una barriera simmetrica era stata eretta contro l’intera cristianità (gojim, ngarelim: le genti, i non circoncisi), riproducendo, su scala provinciale e su di uno sfondo pacificamente bucolico, la situazione epica e biblica del popolo eletto. Di questo fondamentale sfasamento si alimentava l’arguzia bonaria dei nostri zii (barba) e delle nostre zie (magne): savi patriarchi tabaccosi e domestiche regine della casa, che pure si autodefinivano orgogliosamente «il popol d’Israel».
Per quanto riguarda questo termine «zio», è bene avvertire subito che esso deve essere inteso in senso assai ampio. Fra di noi è usanza chiamare zio qualunque parente anziano anche se lontanissimo: e poiché tutte o quasi le persone anziane della comunità, alla lunga, sono nostre parenti, ne consegue che il numero dei nostri zii è grande.
Ad un’epoca remota doveva appartenere Nono Sacòb, che era stato in Inghilterra a comprare stoffe, e perciò portava «’na vestimenta a quàder»; suo fratello, Barbapartìn (zio Bonaparte: nome tuttora comune agli ebrei in ricordo della prima effimera emancipazione elargita da Napoleone), era decaduto dalla sua qualità di zio perché il Signore, benedetto sia Egli, gli aveva donato una moglie così insopportabile che lui si era battezzato, fatto frate e partito missionario in Cina, per essere il più possibile lontano da lei.
Nona Bimba era bellissima, portava un boa di struzzo ed era baronessa. Lei e tutta la famiglia li aveva fatti barone Napoleone, perché loro gli avevano imprestato dei soldi.
Barbaronìn era alto, robusto e di idee radicali: era scappato da Fossano a Torino e aveva fatto molti mestieri. Lo avevano scritturato al Teatro Carignano come comparsa per il Don Carlos, e lui aveva scritto ai suoi zii che venissero ad assistere alla prima. Erano venuti lo zio Natàm e la zia Allegra in loggione; quando il sipario si alzò, e la zia vide il figlio tutto armato come un filisteo, gridò con quanta voce aveva: «Ronìn, che fai! Posa quella sciabola!».
Il Gnòr Grassiadio e il Gnòr Colombo erano due amici-nemici che, secondo la leggenda, abitarono per tempo immemorabile a fronte a fronte, sui due lati di uno stretto vicolo della città di Moncalvo. Il Gnòr Grassiadio era massone e ricchissimo: si vergognava un poco di essere ebrei ed aveva sposato una goyà, e cioè una cristiana, dai capelli biondi lunghi fino al suolo che gli metteva le corna. Questa goyà, benché appunto goyà, si chiamava Magna Ausilia, il che implicava un certo grado di accettazione da parte degli epigoni; era figlia di un capitano di mare, che aveva regalato al Gnòr Grassiadio un grosso pappagallo di tutti i colori che veniva dalle Gufane, e diceva in latino «Conosci te stesso». Il Gnòr Colombo era povero e mazziniano: quando arrivò il pappagallo, si era comperata una cornacchia tutta spelacchiata e le aveva insegnato a parlare. Quando il pappagallo diceva «Nosce te ipsum» la cornacchiava rispondeva «Fatti furbo».
1850 – Padre Bresciani, L’ebreo di Verona, in «Civiltà Cattolica», p.327
In questo brano, Stermini e Polissena, due affiliati della Giovine Italia dialogano fra loro:
«Ebbene» - le disse Stermini - «noi camminiamo co’ piedi ma voliamo ad ali spiegate […] gli ebrei d’Italia di Germania, di Polonia, di Boemia, e d’Ungheria ci prestano aiuti d’ogni ragione. Essi danaro, essi tipografie, essi libri, essi stampe d’ogni bulino; ma ciò che importa meglio, essi uomini d’ogni condizione, d’ogni età che viaggiano sotto vista di commessi di commercio, e ci recano un servizio che mai più fedele e sicuro. Costoro sono per ogni lato, spiano per ogni spiraglio, si ficcano per ogni buco; infatti sono il nostro telegrafo elettromagnetico».
«Vi fidate voi dei giudei» - riprese la Polissena - «gente sozza, ignorante, taccagna, vigliacca, che per due quattrini ne disgraderebbe Giuda? Appunto, disse il dottore, non è grandezza d’animo, non è generosità, non cortesia che ce li affratella così strettamente, è la rabbia di Giuda. Purché la risurrezione d’Europa ricrocifigga e riseppellisca il Nazareno ci darebbero insino alla pelle. Del resto tu misuri gli ebrei d’oltremonti con quelli dei nostri ghetti d’Italia, così sudici, cenciosi e puzzolenti: t’inganni a partito: colà son liberi, colti, ricchi, frequentano le università, s’avvolgono fra le gentili brigate, hanno traffichi in tutti i porti, banchi in tutte le metropoli: sono adoperati in tutti i carichi dai governi, e poco meno che non sono gentiluomini di camera ne’palazzi reali».
1885- Giuseppe Origlia, in «Civiltà Cattolica», 36, I, p. 35.
Un segno però di differenza di razza fu trovato nel fatto che i matrimoni tra ebrei e cristiani sono sterili. Fu dimostrato che gli ebrei sono più bassi di tutti gli Europei e sono quelli che hanno il petto più stretto, essi hanno capelli e occhi più oscuri di qualsivoglia Nazione dell’Europa settentrionale. Si disse che il volto degli ebrei è una combinazione di lineamenti semitici e di espressioni del ghetto, per conseguenza la generale conclusione dedotta fu in favore della purità della “razza ebrea”.
1924 - Apparso senza firma, ma sicuramente scritto da Agostino Gemelli, Il suicidio di Felice Momigliano, in «Vita e pensiero», X, Vol. XV, p. 506
Un ebreo, professore di scuole medie, gran filosofo, grande socialista, Felice Momigliano, è morto suicida. I giornalisti senza spina dorsale hanno scritto necrologi piagnucolosi. Qualcuno ha accennato che era il Rettore dell’Università Mazziniana. Qualche altro ha ricordato che era un positivista in ritardo. Ma se insieme con il Positivismo, il Socialismo, il Libero Pensiero, e con il Momigliano morissero tutti i Giudei che continuano l’opera dei Giudei che hanno crocifisso Nostro Signore, non è vero che al mondo si starebbe meglio? Sarebbe una liberazione, ancora più completa se, prima di morire, pentiti chiedessero l’acqua del Battesimo.