L’Inquisizione e gli ebrei
Adriano Prosperi

In breve. Gli ebrei prossimi alla conversione al cattolicesimo ricevevano l’istruzione necessaria per compiere un simile passo all’interno di apposite istituzioni, denominate Case dei Catecumeni. La prima fu quella fondata a Roma, probabilmente su idea di Ignazio di Loyola, nel 1543 proprio a questo scopo. I neofiti (gli ebrei convertiti) erano sollecitati ad offrire alla fede cristiana coniugi e figli rimasti ebrei affinché anche questi avessero l’opportunità di diventare cristiani. Ad un ebreo niente affatto pronto a convertirsi ma legato, per via di parentela, ad un neofita, dunque, poteva accadere di ritrovarsi rinchiuso per un periodo di tempo stabilito per legge in una Casa dei Catecumeni e, in quel frangente, di essere sottoposto ad insegnamenti religiosi da predicatori e confessori desiderosi di convincerlo ad accettare il battesimo. Fu questo il caso di Anna Del Monte, una giovane ebrea romana offerta dal convertito Sabbato Coen, sulla base di un fidanzamento che la donna e la sua famiglia, peraltro, non riconoscevano. Prelevata dai birri il 6 maggio del 1749 e trattenuta nella Casa dei catecumeni di Roma, ancora oggi visibile, Anna tornò fu restituita ai genitori soltanto tredici giorni più tardi, salutata da festeggiamenti trionfali. Per gli ebrei di Roma, infatti, la fanciulla era una vera e propria eroina, capace di resistere a pressioni psicologhe fortissime – minacce, grida, lusinghe, il tutto prestando attenzione a non pronunciare mai la parola sì - nello sforzo, coronato dal successo, di tutelare la propria scelta religiosa. Diversi anni dopo, l’esperienza di Anna nella Casa fu raccolta in un diario, intitolato Ratto della signora Anna Del Monte pubblicato per la prima volta nel 1989 e oggi introvabile. Per questo motivo sarà tra breve ristampato.

Perché: La storia di Anna non fu una storia eccezionale. Nel corso dell’età moderna moltissimi ebrei vissero esperienze simili. Le Case dei Catecumeni rappresentarono, in un certo senso, il contraltare del ghetto; se, infatti, gli ebrei, come si è visto, andavano indotti alla conversione attraverso la continua umiliazione morale ed economica subita nel “claustro”, per coloro che avessero accettato il battesimo, o che si fossero dichiarati in qualche modo interessati alla religione cristiana, doveva essere disponibile un luogo neutro in cui apprendere i rudimenti del catechismo e prepararsi, in tranquillità, a compiere il grande passo. La lettura del diario di Anna permette di ricostruire le modalità di conversione attuate nei confronti di chi, per un motivo o per l’altro, si ritrovò bloccato per diversi giorni all’interno della Casa, non avendo espresso alcun desiderio di entrarvi e temendo, sinceramente, di non riuscire ad uscirne da ebreo. Tale pratica di intolleranza ha inciso nel lungo periodo sui rapporti tra ebrei e cristiani e sulla mentalità degli ebrei: ancora ai primi del Novecento, quando ormai la Casa romana situata nel popolare rione Monti era in disuso da decenni, gli ebrei romani evitavano di passare nelle vie a ridosso dell’edificio e si raccontavano, con paura e sospetto, le storie di chi, come Anna, vi aveva involontariamente abitato.

Ratto della signora Anna Del Monte

Improvvisamente, il dì di 20 aprile 1749, di uscita di Pèsach [la Pasqua ebraica] domenica alle ore 17 in circa fui rapita a viva forza, per una falsa denunzia contro la mia casa e contro me innocente, data da un rashì, un malvagio. Costui con inganno fece staccare un ordine di Monsignor Vicegerente: la mia casa si empì di sbirri, mi rubarono, il bargello e i suoi uomini mi tramezzarono con le pistole cariche alla mano. Non mi diedero modo né tempo di mutarmi d’abito, né di dire una parola ai miei Signori genitori: mi presero rapidamente come una guitta e mi trascinarono fuori di casa con l’abito di cucina. Il mio Signor Padre che voleva dirmi una piccola parola, fu minacciato dal Bargello con la pistola puntata sul petto. Postami in carrozza, con gran veemenza fui condotta nella Casa de’Catecumeni come un vento, e arrivata lì fui consegnata alla priora che mi prese per mano e mi condusse in una piccola stanza dove c’era solo un piccolo letto malandato, un piccolo tavolino, una piccola cassetta per conservare il cibo. Fui rinchiusa sotto chiave e lasciata sola.
Poco dopo la detta priora venne a visitarmi dicendomi di pregare Dio con animo contrito perché mi illuminasse. Dopo pranzo venne da me Monsignor Vicegerente [il responsabile della Casa] per esaminarmi, ma non avendo ottenuto da me risposte secondo i suoi desideri, se ne andò dicendomi di pregare Dio perché mi illuminasse. Alle ore 24 mi comparve un certo Neofito a me incognito, che pareva uno stregone, e con lui vennero altri due Preti.
Cominciò a confutarmi sulli punti della santissima Torah e de i nostri Profeti. Ma visto che io stavo ammutolita, senza mai rispondergli, si accese di sdegno e mi saltò in faccia con le mani:

NEOFITO: «Rispondi. Dì un po’: credi al Dio d’Israel? Credi al Dio d’Israel?».

ANNA: «Fatemi la carità di andarvene in santa pace che io non credo altro che quello che credono li miei genitori . Non ho bisogno di sentire le vostre prediche».

NEOFITO: «Io ho avuto in sorte di convertire tante altre, e così spero di convertire anche voi».

ANNA: «Con me sprecherete il vostro fiato, anche se predicaste tutti li giorni e tutte le notti».

NEOFITO: «Io ho veduto e toccato la verità e sono venuto per illuminarvi acciò salviate la vostra anima come me».

E rimase a predicarmi per circa tre ore e alla fine se ne andò alla malora. Mi buttai allora sul letto disperatamente senza spogliarmi dei panni e mi scoppiò il cuore a piangere, né vi fu maniera di trovare pace e riposo: così restai tutta quella prima notte finché non viddi apparire il giorno.

Il quinto giorno, un giovedì, mi si presentò il Predicatore, con un aspetto sì brutto e spaventevole, che pareva un demonio uscito dall’Inferno per rapir l’Anima mia, di cattivi abbiti, e con i capelli avanti gl’occhi, che del gran spavento mi sentii tremare da capo a piedi. Io fissai gli occhi in terra per il gran terrore che avevo di mirare quel brutto aspetto.

PREDICATORE: «Dì un poco. Ti credi forse con la tua ostinazione, che noi vi facciamo ritornare in vostra casa? Cavatevelo dalla testa, poiché vi ritrovate nelle nostre mani. O avete da esser come Noi, e credere quel vero Dio che crediamo noi, o avete a finire i vostri anni in questo chiostro, e non sperate di riveder mai più né Padre né madre, né nessuno dei vostri. E vi giuro che ci voglio impegnare il Sacro Collegio dei Cardinali, e l’istesso Pontefice se occorre, pur che non restiate vincitrice».

Dicendo questo si alzò, e prese un caraffino di acqua Santa che stava sulla porta della Casa e me la buttò addosso e sul viso.

PREDICATORE: «Questa acqua ti ha da far convertire a forza».

Battendomi le mani in faccia gridai: «Non sarà mai che la mia carne, né il mio viso riceva goccia di quest’acqua mentre io sono Ebrea. Non ho niente a che fare con la vostra acqua, né con altre vostre superstizioni. Per me è come mi abbia urinato addosso un cane!».

Allora il Predicatore cavò dalla sua borsa una filza che lui chiamava la Corona, e me la girò molte volte sulla testa e sulla fronte.

PREDICATORE: «Questa è la catena che ti dovrà incatenare il cuore alla nostra fede, e questa è l’acqua che ti butto di nuovo addosso, la quale ha la forza di smorzare il fuoco infernale che è preparato per voi altri Ebrei. Solo se riceverai questa santa acqua con amore potrai raffreddarlo».

E mi si inginocchiò davanti e principiò a fare la sua orazione.

PREDICATORE: «Io adesso prego per voi, così che vi si levi dalla mente la nube oscura che vi ombra la mente ed intelletto nelle tenebre della vostra credenza. Spero in questa mattina di non partire da Voi se non vi avrò convertita».

Allora io cominciai a piangere e a gridare con voce assai amara: «Dio, ti prego con tutto il cuore, dammi fortezza e salvami dalle mani di quest’orso rapace, di questo fiero mostro infernale che vuole rubarmi l’anima a forza».

PREDICATORE: «Oggi , oggi stesso ti voglio convertire!».

Continuava a spruzzarmi con l’acqua e pareva impazzito, faceva brutti versi e non potevo staccarmelo di dosso. “Signore, liberami dall’oppressione dell’uomo e osserverò i tuoi comandamenti”. Mosso il Signor Iddio a pietà, lo levò dalla mia presenza. Restai mezzo stordita e per tutto quel giorno non feci che piangere.

Il Padre Predicatore con un altro Frate e sei Preti, tornarono l’ottavo giorno.
Vedendomi circondata da 10 arelim [non ebrei], mi sentii sconvolgere tutta per il grande spavento.
Gridai loro che tutto il mio desiderio era di tornare nelle braccia dei miei Signori Genitori e vivere con loro fino alla morte!

PREDICATORE: «Se credi di tornare a casa tua, puoi pure morire. Neanche dopo che saranno passati 20 volte i quaranta giorni di clausura, tornerai a casa tua. Ho avuto ordine dal Signor Cardinale di condurti dalle altre Zitelle, cosicché ti insegnino la dottrina e gli altri precetti della Chiesa per salvarti l’Anima. E se credi di tornare in Ghetto, levatelo pure dalla testa: non dico questo per mio capriccio, io ho tutta l’autorità di fare quel che io voglio per la tua conversione, e per ordine espresso della sacra Congregazione. “Voglio tornare a casa mia ?” Piano un poco con questo parlare impertinente. Te lo ripeto: non parto di qua se non ti dichiari».

Non risposi. Io ero sola e loro erano 10. Poi improvvisamente mi si presentò davanti la maledetta figliuola del Coen, sorella del mio denunziatore:

COEN: «Guarda me, come sono felice nel corpo e nell’Anima. Fa quello che ho fatto anche io e ne sarai soddisfatta. Se non farai quello che ti dice il Predicatore potrai infracicarti dentro a questo serraglio, ma se farai la sua obbedienza, sarete corteggiata e riverita più che una dama, sarete corteggiata dalli primi Principi e cavalieri di Roma, praticherete con individui di grandissimo riguardo e non con la canaglia del Vostro Ghetto».

PREDICATORE: «Insomma, rispondete solo a questo: credete voi a quel Dio di Mosé, Aharon, David e Selomoh, vostri e nostri antichi padri?»

Io non pensando all’insidiosa rete che procuravano stendere a questo punto per allacciarmi con la piccola parola: “Sì” che andavo ritenendo dentro a me stessa di non pronunciare mai onde evitare qualche inconveniente, per non mostrami miscredente, scappai a dire: “Sì, certo che ci credo”.

PREDICATORE: «Zitti, quietatevi tutti, che con una parola questa è fatta!».

Io mi gelai da capo a piedi, ma Sua Divina Maestà mi diede a quel punto uno spirito elevato e dissi a voce ben alta: «“Credete di avermi convinto per aver dato una risposta dopo giorni e giorni di interrogazioni? Credete di allacciarmi, e che io sia distolta dalla mia Santa Religione? Io sto più forte adesso di prima. Nessuno mi può cavar dalla bocca quello che non sono, né sarò mai per dire. Non ho soggezione delli vostri stravaganti, delle vostre sciocche proposizioni con dirmi “è fatta, è fatta. Me ne rido perché io sono nata Giudia e così voglio morire. Ne parlerò a Monsignore di queste schiamazzate: lui non intende di far fare nessuno a forza. Non siete obbligati a sforzare un’Anima, nemmeno per scrupolo di coscienza. E non crediate di poter fare quello che non avete potuto fare con l’arroganza, usando la lusinga. Io non conosco nessuno e voglio tornare a casa mia. Quel che ho detto dal primo giorno, dico adesso e sarò sempre per dire».

E alla fine, con gran disperazione, se ne partirono.

Alla fine fui nuovamente chiamata da monsignor Vicegerente:

VICEGERENTE: «Vedo che voi volete stare sempre più ostinata: come mai sarà in Voi tanta crudeltà: Il mio desiderio sarebbe di darvi l’acqua del santo battesimo colle mie proprie mani».

Sentendo ciò mi feci coraggio in me stessa e gli risposi: «Senta, Vostra Illustrissima, questo non sarà mai. Se vuol far questo, è padrone di far strazio della vita mia, ma l’anima la devo rendere a un solo Iddio, né può forzare Vostra Illustrissima il mio Libero Arbitrio. Lei sa l’essere io condotta in questo luogo, innocente, né so la cagione di questa mia carcere e di tanto tormenti che hanno piovuto sopra di me ingiustamente. Chi mi ha fatto rapire severamente bisogna al certo che sia stato qualche falso impostore. La prego, Signor Mio, si voglia compiacere a volermi liberare...poveretta me, sono scorsi di già 13 giorni, chiusa e rinserrata in questo carcere».
Rividi Monsignor Vicegerente più tardi quando mi mandò a chiamare e restai sbalordita sentendolo dire: «Hannà mia, vi chiedo scusa, ed il vostro strapazzo farà sì che nessuna altra lo riceverà almeno finché sono io vicegerente. Perdonatemi, andate a consolare i vostri genitori e parenti che vi aspettano».

Eccovi narrato il mio caso funesto e chi sente e chi legge dica meco: Alleluia, chi potrà dare espressione con la parola alla Potenza Divina, chi potrà proclamare tutta la Sua Lode?